Figherà – Fondo del Corchia

Sabato mattina suona la sveglia alle 2.50. Alle cinque devo essere a Brescia dove mi aspettano Frizzi e Sparapani per raggiungere gli altri che sono già in Toscana. Faremo la traversata Figherà-Fondo-Corchia. Sarà forse perche sono andato a dormire all’una, dopo la cena con i compagni di classe che non vedevo da 15anni, ma non mi sento proprio in forma. Comunque si va.
Viaggio non proprio in business class visto che la punto di Frizzi, già malconcia di suo, ha anche il sedile anteriore cedevole da un lato e ti costringe a stare quasi su un fianco per non scivolare in braccio al guidatore. Neanche sul sedile posteriore va meglio: troppe cose stipate in poco spazio per trovare una posizione sufficientemente comoda per rilassare lo scheletro.

La Balussina

Alle 8.30 siamo al Vallechiara in quel di Levigliani dove “mamma” Piera ci accoglie tutti come se ci conoscesse da una vita: ci si sente proprio come a casa.
In tutti siamo quattordici: io, il Nanni di Genova, Daniele Geuna di Pinerolo e undici bresciani.

Gli amici lombardi sono meno chiassosi del solito. Dopo i racconti, capisco che forse sono un po’ provati dai bagordi della notte passata sotto la tettoia. Sento raccontare anche di prodezze atletiche aizzate dal vino e di gare a cronometro usando una carriola a mo’ di bob giù per le scalette del Vallechiara…I resti del bivacco

Si parte in direzione del passo Croce. Tra una cosa e l’altra e un’oretta di marcia tra i marmi bianchi arroventati dal sole arriviamo in cima al Corchia. A mezzogiorno il primo entra dalla Buca del Cacciatore in Figherà. Lentamente, tra un passaggio e l’altro, scorrono attorno a noi posti già visti, ma sempre affascinanti tanto sono carichi di vicende speleologiche: le frane iniziali, i primi pozzi, le Ludrie, il nodo dell’OM, il campo, le gallerie inclinate e la sala del Meinz.

Attacco del Meinz

Nel fondo della sala c’è ancora il rottame del “ragno” da risalita usato per arrampicare a Spit la parete finale e raggiungere la finestra che in breve porta al pozzo dei Titani.
Ormai dal Figherà siamo entrati in Corchia.
Traverso, pozzetto, galleria, calata da 35 nel vuoto e siamo nel megasalone di Nostradamus.
Vari passaggi in frana, pozzetti e siamo alle imponenti gallerie di Valinor dove c’è ancora la tenda rossa di Steinberg. Sosta di rito per mangiare e un buon the caldo.
Poi via: ancora galleria, pozzetti, risalite, alcuni angusti passaggi, il pozzo con l’attivo che arriva da destra, la discesa da venti sul pozzo da sessanta fino a pendolare dentro ad una finestra.
Meandro, due corde in salita, calata e siamo al salone dei Manaresi. Altra sosta.
Lasciamo alla nostra destra il Pozzachione che arriva dalla via d’Eolo e scendiamo per gli Scivoli, il Pozzo delle Lame e siamo al Portello.
Un po’ di galleria, calata da dodici e siamo alle passerelle turistiche che da qualche anno si sono impossessate della Galleria delle Stalattiti. Metri di sentiero d’alluminio e acciaio inox e arriviamo alla passerella che cavalca lo scivolo cha da sul pozzo del Gronda.
La squadra fondo si riduce notevolmente: restiamo io, Frizzi, Katia, Valerio e Stefano, fresco allievo dell’ultimo corso di speleologia.
All’una e quaranta di notte salutiamo il resto del gruppo che guadagna l’uscita dal Serpente.
Giù. Gronda, pozzo Elle, saltini vari attivi. Arriviamo alla marmitta (di cui non ricordo il nome) che segna il limite dei -1000. Avanti per i passaggi per la parte più stretta fino ad arrivare al fiume Vidal: a destra il sifone da cui arriva l’acqua e a sinistra il fiume che va verso il fondo.

Il fiume Vidal

Risalita da dodici e siamo in zona Saloni Fossili.
Il gruppo si riduce ancora: Katia, Valerio e Stefano sono stanchi e si fermano a dormire.
Restiamo solo io ed il Frizzi. Con un po’ di dispiacere per gli amici che non se la sentono di continuare, alle quattro meno cinque partiamo per il fondo.
“Scegliamo” la via attiva senza passare per i saloni. Tra salti d’acqua, corridoi allagati, sale, in breve siamo sopra il tenebroso Lago Marika che con la sua forma doppio lobo sembra possa inghiottire tutto l’abisso. Ancora corde, la Grande Cascata, qualche dissarampicata un po’ azzardata vista la mancanza di corde e la stanchezza che toglie un poca di lucidità e siamo al
fondo. Meno millecentottantasette metri dall’ingresso. Siamo alla frana di marmo che beve tutto il fiume.
E’ un posto carico di storia.

I “fondisti”: Lillo e Frizzi

Numerose le scritte: quelle dei primi esploratori che arrivarono qua nel 1960, vari gruppi italiani e stranieri che si sono avventurati fino a qui. Tra le tante una su tutte balza all’occhio: G.S.M. Malo (anno 78 se la memoria non mi tradisce). Chissà chi erano questi nostri pionieri?
Pausa per riprendere le forze, foto di rito e via di corsa verso gli altri.
Alle sette siamo da loro che dormono beatamente. Pisolino di un’ora anche per noi, poi ci ricarichiamo e i schizza velocemente verso l’uscita disarmando i pozzi. Alle passerelle incontriamo anche i turisti con la guida che ci guardano incuriositi: chissà se hanno pensato che fossimo delle comparse a pagamento stile centurioni del Colosseo.
Alle tredici siamo fuori.

Il Nat-ticino

Tutto ad un tratto la stanchezza sparisce per lasciare posto alla carica che ti lascia una gita in grotta come questa: ce la siamo proprio goduta!
In men che non si dica siamo a Levigliani dove gli altri ci aspettano con “le gambe soto la tola”
Per mangiare e bere insieme.
Finita.
“Lillo” (Stefano Panizzon)

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